venerdì 29 maggio 2020

Quest'estate

Nella diatriba sulle regioni, io starei con Sala, poi però mi ricordo che Sala ha vietato gli aperitivi dopo le 19 e, anche se non sono una da aperitivi perché oltre il caffè non vado, non so come si possa pretendere che gli altri ci spalanchino le porte, se siamo noi i primi a chiuderle. Allo stesso modo, non so come possiamo arrabbiarci con la Svizzera o l'Austria o la Grecia se i primi confini che teniamo chiusi sono quelli tra di noi.
Il mondo, che qualcuno si aspettava migliore, ci sta facendo vedere il suo lato "un po' peggio".
Ad un certo punto però mi è capitato sotto gli occhi un post del bar sulla spiaggia e ho ripensato al caffè in riva al mare, a cui ripenso spesso in inverno. Ho ripensato a quei giorni in cui ci fermiamo a mangiare un piatto di cozze e vongole. E poi all'anno scorso, quando siamo arrivati, e nell'unico albergo in cui siamo tornati per quattro anni, ci hanno salutato con un "Siete tornati a casa!" Mi sono venute in mente le chiacchierate alla sera, con la piscina davanti. Quest'anno, oltre al mare, mi mancheranno le persone. Perché le divisioni e le discriminazioni contano per chi non conta.

lunedì 18 maggio 2020

Questione d'età

Quando smetti di leggere la frase del Bacio Perugina perché tanto non la vedi, significa che sei diventata vecchia. Io da giovane non vedevo da lontano, adesso, per leggere, allontano i libri e i giornali. E forse è perché sono diventata vecchia che non riesco a rassegnarmi all'estinzione degli apostrofi. Ma poi, proprio quando cerco di farmene una ragione, li vedo apparire dove non si sa cosa ci facciano: qual'è, qualcun'altro. E allora non ci capisco più niente. Intanto mi irrito perché i prefissi vanno scritti attaccati al nome, con buona pace del correttore di Google, e invece ormai ci sono l'auto ritratto e il pre giudizio, che però convivono con fin'ora, tutt'ora, contr'ordine e addirittura con infondo e menomale. E io sono troppo vecchia per queste cose. Ma la colpa è tutta di mio marito, che continua a comprare questi maledetti cioccolatini. 

martedì 12 maggio 2020

L'appello contro la normalità

Per la seconda volta in pochi giorni mi è capitato sotto gli occhi l'appello promosso da Juliette Binoche e sottoscritto da altri attori, tra cui Robert De Niro, Monica Bellucci e Penelope Cruz, contro il ritorno alla normalità, al consumismo, alla vita superficiale. A parte che continuo a non capire perché una vita votata alla superficialità e all'egoismo dovrebbe aspettare un virus che impone il distanziamento sociale per diventare profonda e altruista, mi sembra che l'essenza della vita sia proprio nella normalità delle cose, in quel piacere che nel mondo di prima veniva dopo il dovere, ma che lo rendeva sopportabile e gli dava un senso. Non capisco cosa ci fosse di mostruoso nell'acquisto di un paio di scarpe o di un vestito, nonostante l'armadio fosse già pieno. Non capisco cosa ci fosse di terribile in una cena fuori dopo una giornata di lavoro, in una vacanza al mare o in un weekend lungo. Sono cose rinunciabili, di cui si può fare a meno? Certo, ma poi cosa ci resta? Cosa ci resta quando abbiamo rinunciato a tutto il rinunciabile e ci siamo dedicati solo all'essenziale? E soprattutto, gli attori che hanno firmato quell'appello dovrebbero ricordarsi che il superfluo, i vestiti, le scarpe, i ristoranti, le vacanze sono l'essenziale, quello che permette di pagare i mutui e di sfamare i figli, per moltissime persone. Persone che spesso impiegano molti anni per guadagnare quanto guadagnano loro con un solo film.

martedì 5 maggio 2020

Prospettive

Forse sono io che ho preso l'abitudine di lamentarmi, ma il video di Sala non mi piace e la voce di Ghali (che non avevo mai sentito) è bruttissima, è la voce di una periferia che non ha voglia di migliorare. E siccome nella seconda inquadratura il video mi fa vedere lo stesso scorcio di città che da due mesi guardo dal mio balcone, la mia prospettiva è migliore.

mercoledì 29 aprile 2020

I congiunti

Circa un mese fa, nei ricordi di fb mi è comparsa la discussione sul congresso della famiglia di Verona. Era passato un anno, ma sembrava un secolo. Avevamo fatto tanti discorsi sulla famiglia, che va oltre i legami tradizionali e che è fatta dalle persone con cui si sta bene. Su questo eravamo più o meno tutti d'accordo. A me poi era piaciuto molto il discorso di Giuseppe Cruciani, sui diversi tipi di famiglia. Mi era sembrato il discorso più libero dai pregiudizi e dai bigottusmi e l'avevo ascoltato più volte. Adesso, dopo poco più di un anno, siamo invece andati a sbattere nei congiunti, termine dal significato vago e indefinito, che può voler dire molto ma anche molto poco, perché forse non lo sentivamo dal secolo scorso, senza percepirne la mancanza. Il chiarimento che abbiamo ricevuto riguarda la stabilità, termine che conosciamo bene ma che ha i contorni altrettanto sfumati, almeno nel presente. E quindi, tutti i discorsi di un anno fa sulle varie forme di famiglia, si riducono a un malcapitato carabiniere/poliziotto/vigile che dovrà decidere, per strada, in pochi minuti, la stabilità di un congiunto.

martedì 28 aprile 2020

Quello che impariamo

Leggendo i giornali si trovano solo persone che hanno imparato che la loro vita di prima faceva schifo e meno male che è arrivato il coronavirus, così, quando si ripartirà, potranno cambiarla.
Fb invece mi ricorda i viaggi, vicini o lontani, che facevo gli altri anni in questi giorni. La mia vita era bellissima e voglio riprenderla identica.

venerdì 24 aprile 2020

Milano prima

Il giorno in cui compii cinquant’anni avevo un grosso pacco di dolci e andai al lavoro in macchina. Era da tanto tempo che non andavo in macchina nel traffico della mattina, ormai sono abituata a prendere la metropolitana a pochi metri dal portone di casa mia, e a riemergere dall'altra parte della città (che, per quanto è diversa, potrebbe anche essere l'altra parte del mondo), senza vedere le strade che ho percorso, senza avere un'idea di quello che si svolge sopra. Il traffico della metropolitana è fatto di borse che non si sa dove mettere, di telefoni, di porte che non si chiudono. Il traffico della strada è diverso. È’ un traffico più vecchio, quello disordinato e un po' imprevedibile di un semaforo che diventa rosso, di un pedone che attraversa all'improvviso, dove non ci sono le strisce. Oppure un altro pedone, che attraversa dove le strisce ci sono e sembra che ci sia solo lui, invece appena ti fermi, ne arrivano altri dieci e non finiscono più di attraversare. E poi quella mattina c'era il sole e in macchina non si sentiva neanche il vento, che una volta mi piaceva e adesso mi irrita.
Milano era bella, quella mattina. Erano belli i palazzi dei viali della circonvallazione interna, era bello il traffico veloce e disordinato, che è lo stesso da sempre, e veniva da chiedersi se davvero vogliamo eliminare tutto questo per fare spazio ai monopattini e alle biciclette, con il rischio di usarli anche per fare due metri. Il bello della città è di essere diversa dalla campagna, renderla uguale non ha senso. Poi qualcuno può anche preferire la campagna e resta libero di andarci. Io preferisco il mare, ma la mia vita è la città e quella mattina era bello ritrovarla uguale a come è sempre stata.
Milano è forse l'unica città italiana, e una delle poche europee, a non essere provinciale. Te ne rendi conto appena vai in un’altra città e allora mai come in quel momento, quando ti guardi attorno in un’altra città, ti rendi conto di quanto tu sia milanese, di quanto questo tuo essere milanese sia parte di te. Nelle altre città ci sono i riti del passeggio, della cura nel vestire, c'è una maggior coesione sociale. A Milano gli inverni sono lunghi, umidi, freddi; nella città della moda nessuno ha voglia di vestirsi bene, e allora indossiamo una giacca e i pantaloni neri, così non si vedono gli schizzi di pioggia, visto che quei pantaloni dovremo tenerceli addosso tutto il giorno. E, visto che dovremo tenerceli addosso tutto il giorno, quei pantaloni neri devono essere anche comodi. Gli unici che si vestono bene sono quelli che vengono da fuori e noi, quando li vediamo, agghindati e tremanti di freddo, ci chiediamo dove credano di andare. Dopo un po' però anche loro capiscono che non vale la pena e si abbandonano alla nostra sciatteria, pur continuando a non capirla.
Le estati, invece, quando sono vere estati, sono torride, si consumano nelle serate sui navigli e nelle giornate a cercare l’ombra per le strade assolate, in attesa di partire. Eppure quell’attesa di partire, negli ultimi giorni frenetici di lavoro, quel bisogno di incontrarsi, di vedersi, di salutarsi e di vivere tutto quello che offre la città rende le estati il momento più bello e forse più vero, quello in cui il passato e il presente sono più vicini e sembra che non si siano mai staccati.
A Milano non si passeggia, si cammina di fretta anche quando si avrebbe tempo. Nessuno ti guarda perché quasi mai qualcuno ti vede. E quando ti vede, il più delle volte, non gli interessa. Questo è quello che scoccia di più a quelli che vengono da un'altra città. E allora pensano che nessuno li guardi proprio perché vengono da fuori, perché hanno il golfino della marca sbagliata o il vestito di un colore fuori moda. Scambiano per snobismo quella che è soltanto mancanza di interesse. 
In molte città europee alla domenica i negozi sono chiusi anche in pieno centro e i ristoranti chiudono alle 14. A Milano questo è impensabile. I ristoranti sono una delle cose migliori, uno degli aspetti più belli, che rendono vivibile questa città nonostante tutto il resto. Ma pochi lo sanno, come pochi si rendono conto che l’offerta culturale è ampia, con mostre, spettacoli teatrali, eventi e presentazioni di libri.
Questa almeno è la Milano che ho conosciuto nei miei primi cinquant’anni di vita, la Milano di cui ho parlato nei miei racconti.
Pochi giorni dopo il mio compleanno è successo invece l’impensabile, quello che mai ci si sarebbe aspettati: Milano si è fermata, si è spenta. Si è fermato il lavoro, si sono chiusi i ristoranti, i cinema e i teatri. Le strade sono diventate vie spettrali, attraversate da qualche macchina appena, percorse da poche persone, con il viso coperto da una mascherina o da qualsiasi cosa potesse sostituire una mascherina, che stavano bene attente a non incrociarsi sui marciapiedi e, se proprio dovevano, a stare il più lontano possibile. Questa è una Milano che non conosco, che non voglio conoscere, che mi è estranea come ci sarebbe estraneo il volto sfigurato di qualcuno che amiamo. Guardare quel volto fa male e si può solo aspettare che guarisca.