sabato 15 aprile 2023

Mamma Orsa: tra natura e civiltà

Mamma Orsa ha ucciso un runner. Un ragazzo innocente, di vent'anni, che era uscito di casa per correre e, siccome abitava nel bosco, correva nel bosco. Mamma Orsa non aveva nessun motivo per ucciderlo, non era un pericolo per i suoi piccoli e non era una preda, anche se correva. Ma Mamma Orsa non è l'orso Yoghi e nemmeno Winnie the Pooh: non si spiega, non capisce, non ascolta. E adesso si parla dell'orso assassino, dell'orso colpevole, della voglia di giustizia. Si applicano categorie umane all'orso, senza capire che l'errore è proprio quello, aver umanizzato gli animali dimenticando che umani non sono.

La natura purtroppo non è buona e nemmeno giusta, non sono animali e uomini che vivono in pace. La natura è sopraffazione, è l'animale più forte che uccide il più debole. La difesa dei più deboli è civiltà, non natura. 

La natura è il leone che divora un piccolo giraffino, come avvenne in un documentario che mi turbò molti anni fa. La natura è il rottweiler che sbrana la donna che gli porta il cibo e la colpa non è mai dell'animale ma dell'uomo che non ne ha compreso il potenziale. 

Come mi ha fatto notare un'amica qualche anno fa, l'uomo delle caverne non coltivava pomodori e cetrioli per fare l'insalata ma cacciava gli animali per nutrirsi della loro carne. L'insalata non è natura, è civiltà, è se io mangio l'insalata,  la carne e il pesce è solo perché preferisco la civiltà alla natura. 


sabato 11 marzo 2023

Chat

Ogni tanto qualcuno me lo chiede e rispondo di no, non leggo il contenuto delle chat, quelle chat, non ho nessuna voglia. E poi so già cosa c'è scritto, lo sapevo anche tre anni fa e lo scrivevo qui. Era evidente e semplice da capire, per chi avesse voglia di farlo. Il problema non sono mai stati gli errori del primo momento, le decisioni prese di fretta, quando non si sapeva niente. Il problema è stato chi ha voluto cavalcare quegli errori, chi non ha voluto aprire gli occhi e guardare oltre. Il problema è stato chi additava gli altri se uscivano di casa o se passavano più tempo del dovuto fuori. Non è un problema che si risolve con un'inchiesta.




giovedì 9 marzo 2023

Smart working

 La ragazza che aveva l'armadietto accanto al mio stasera in palestra si lamentava con un'amica perché, se va al lavoro due volte la settimana, la guardano male. 

"Il fatto è che qui tutti vogliono andare in ufficio. Poi quando vado ci sto bene, è un bell'ambiente, si sente che è un bel gruppo. Ma se vado in ufficio poi non riesco più a fare niente, a venire qui, a uscire la sera..."

Sembra incredibile che per anni siamo riusciti ad andare in palestra, a fare la spesa, a uscire la sera, pur andando in ufficio cinque giorni la settimana. Tra gli effetti del long covid, c'è quello di averci fatto invecchiare e sono già invecchiati anche molti giovani.




sabato 11 febbraio 2023

Monologhi a Sanremo

"Perché non guardi Sanremo?"

Io in realtà lo guarderei anche, anzi, è proprio il genere di spettacolo comodo da ascoltare mentre si fa altro, per esempio stirare. Ma mio marito non vuole saperne di vedere Sanremo, e tra di noi il musicofilo è proprio lui. E forse è proprio perché a Sanremo la musica è l'ultima cosa, solo un pretesto per una serie di sermoni.  

Martedì sera poi c'era Heat, un film che abbiamo visto e rivisto ma che non riusciamo a non rivedere ogni volta, anche se finisce tardissimo. Non si può vedere Sanremo quando c'è Heat.

Io però so quasi tutto del festival perché ho amici che commentano e mi tengono informata. E poi i monologhi li ascolto il giorno dopo, mentre faccio colazione, perché a me i monologhi piacciono sempre, anche quelli in cui vengono dette cose che non mi piacciono. E quest'anno mi è piaciuto molto quello di Francesca Fagnani, mi è piaciuto quasi quanto quello della Ferilli dell'anno scorso. In tutti gli altri ci ho trovato invece quel vittimismo facile e falso che sopporto sempre meno, quella voglia di incolpare a tutti i costi qualcuno anche quando non c'è davvero niente che sia andato storto.



Poi vedo una foto, è la Cuccarini che scende le scale, con una minigonna come quelle che ha sempre indossato. In quella foto c'è tutta la semplicità della felicità di una persona di essere se stessa, senza lagne, senza rosicamenti, accettando anche quello che storto è andato davvero. E questa foto vale più di qualsiasi monologo. È lei la vera vincitrice del festival, con il suo essere rimasta una ragazza con la minigonna, nonostante tutto, una perennial più ancora di Jennifer Lopez, come Raffaella Carrà, che il festival lo condusse davvero, tanti anni fa. 

domenica 8 gennaio 2023

Milanesità


Leggo l'intervista a Greta Sclaunich di Milano Città Stato. Apprendo che Greta Sclaunich è una giornalista friulana che vive a Milano da tredici anni e che tuttora non riesce a definirsi milanese, come tante altre persone che sono nate e cresciute a Milano ma hanno genitori provenienti da altre parti. 

Poco tempo fa notavo invece esattamente il contrario, persone nate e cresciute da altre parti che si definiscono milanesi dopo pochi mesi o dopo aver comprato casa. È una cosa che da un lato mi rende felice perché queste persone si sentono a casa loro nella mia città. D'altra parte mi intristisce un po' che non esitino a rinnegare un retaggio culturale che io non rinnegherei mai. Io resterei milanese anche se vivessi a Londra o a Parigi e anche se credo che mi troverei molto bene sia a Londra che a Parigi.  Ho passato lunghi periodi a Monaco di Baviera, al punto di considerarla una seconda città, ma non ho mai smesso di considerarmi milanese. Anzi, mi scopro ancora più milanese quando sono lontana dalla mia città. 

Non amo i dialetti e ritengo un punto di forza che Milano abbia abbandonato il suo. Ma sono convinta che il linguaggio costruisca e connoti il pensiero. Ho avuto nonni che, pur conoscendo l'italiano, parlavano in milanese tra di loro o con persone di famiglia. Il milanese era per loro una lingua di famiglia e anche se io non lo parlavo e rispondevo in italiano, l'ho sempre capito. I miei genitori parlano italiano ma ogni tanto usano una particolare espressione in milanese per rendere una certa idea che l'italiano non riuscirebbe a rendere con la stessa forza. Sono di solito quelle espressioni da cui scaturisce maggiormente la filosofia di vita milanese, un certo nervosismo e una certa voglia di fare.

Milano si è sempre nutrita e rinnovata grazie ai milanesi di importazione, ma la loro milanesità è sicuramente diversa dalla mia perché diverso è il nostro retaggio culturale. 

Milano è sempre stata una città che cerca la velocità, il milanese d'importazione Leonardo da Vinci arrivò nella Milano di Ludovico il Moro che cercava un sistema di trasporto che rendesse più facili gli spostamenti. Per questo mi infastidiscono un po' le persone come Greta Sclaunich, che invece vorrebbero ingessare gli spostamenti e che chiedono più piste ciclabili a un sindaco che sta dando fondo alle piste più fantasiose. Anche la retorica della misura d'uomo stanca perché la misura d'uomo è tanto più piccola quanto più è limitato l'uomo. E Milano è sempre stata animata dallo spirito dei milanesi, che, per quello che li ho conosciuti io, vogliono andare oltre quei limiti. È quella spinta ad andare oltre i limiti che ha permesso ai non milanesi di trovare qui il lavoro che cercavano, ma senza quella, imponendole dei limiti che la snaturerebbero e la trasformerebbero in un paesone, Milano avrebbe ben poco da offrire e non avrebbe più senso trasferircisi. Perché resta la città di Ludovico il Moro e di Carlo Cattaneo e prescindere dalla sua eredità culturale significa distruggere il retaggio culturale che è la sua essenza. 

sabato 17 dicembre 2022

Scadenze

 "Buongiorno, il suo abbonamento in palestra sta per scadere, le fisso un appuntamento per il rinnovo?"

"Sì, grazie, per me e per mia moglie."

"Ma quello di sua moglie non scade."

"Impossibile, ci siamo iscritti insieme."

"Controllo... ah sì, c'è stato un errore, avevamo conteggiato due volte la sospensione per covid e avevamo messo la scadenza a febbraio. Scade adesso anche quello di sua moglie."

Mannaggia a lui!!!




domenica 4 dicembre 2022

Per un caffè

"Hai due euro? Mi servono i soldi per il caffè."

Ho detto  una mattina in settimana a mio marito prima di uscire. È una conversazione che si ripete più o meno ogni dieci giorni perché a me non piace prelevare. Più che altro non mi piace digitare i tasti sudici e poi ho sempre paura che quello che mi sta dietro si avvicini troppo per leggere il pin, oppure che qualcuno, vedendo che mi allontano dal bancomat, dopo aver prelevato, pensi di derubarmi. Perché quando le cose ti sono successe pensi sempre che possano succederti ancora. 

Lui invece ogni tanto preleva perché dice che non si può farne a meno e spesso ha ragione, anche quest'estate, in Sardegna, in Austria, in Germania  ha avuto ragione. Così mi ha dato 50 euro.

"Ma no, non posso prendere il caffè con 50 euro!"

Alla fine, frugando in tutte le tasche possibili, abbiamo messo insieme 2 euro. Perché io pago sempre con il bancomat, ma pagare il caffè con il bancomat in effetti è da rompipalle,  più o meno come pagarlo con 50 euro.