sabato 7 dicembre 2024

Il corpo e le bandiere

"Il mio corpo è politica, è bandiera..."
Una frase di Francesca Ghio che piace moltissimo alle femministe e che io invece trovo terribilmente antifemminista nella sua oggettivizzazione del corpo, nel suo trasformare il corpo di una persona in una cosa pubblica, che può essere sventolata da chiunque, come se appartenesse a chiunque. 
E no, per me il corpo è una cosa intima e personale, inscindibile dalla persona a cui appartiene. Il corpo rispecchia il modo di essere di una persona, ne è parte, è la parte  visibile. E proprio per questo dovrebbe essere inviolabile, da qui deve partire un rispetto che non ammette eccezioni.
Trasformare il proprio corpo in politica, in bandiera, in campo di battaglia, significa già violarlo e strumentalizzarlo. E non mi piace. 

domenica 3 novembre 2024

Il milanese

Il tizio mi spiega velocemente e con sufficienza come funziona la macchina per pulire la strada.
"Non c'è bisogno di avere la laurea alla Bocconi," dice.
Dico, un po' seccata, che in effetti alla Bocconi non me l'hanno spiegato. E in quel momento, appena lo dico, mi ricordo che in realtà dovrei saperlo molto bene. Mi ritorna in mente infatti il sito del gruppo americano che queste macchine le costruisce e quella slide sulla storia del gruppo, sulla sua nascita, e l'acquisizione della ditta di mio nonno, all'inizio di tutto. Il mio nonno geniale che, dopo aver ereditato una fabbrica di ruote per carrozze all'avvento delle automobili, rivoluzionò tutto e creò un nuovo business. 
Ma queste cose noi nipoti le abbiamo sapute solo dopo. Abbiamo passato tanto tempo con lui, ma abbiamo conosciuto il suo lato sconosciuto, quello dei giochi sfrenati, del divieto per i divieti. Quello degli aperitivi, quando non esistevano né happy hour né apericena, ma solo quei momenti prima di pranzo, al sabato o alla domenica, in uno dei suoi bar preferiti, quando finalmente potevamo mangiare patatine e salatini, che per mia madre erano veleno. Non abbiamo conosciuto il lato che invece conoscevano tutti, quello serio, altero, forse antipatico. 
E adesso, quando qualcosa me lo ricorda, all'improvviso, come la conversazione con il tizio interessato alla pulizia della strada, vorrei potergli dire quanto è stato bello averlo per nonno.



sabato 26 ottobre 2024

Lettori

Parli di un libro in gruppo di lettura di Facebook e l'autore è  un politico che sta dalla parte sbagliata. 
Non era un politico quando ha scritto il libro e stava pure dall'altra parte, ma adesso le cose sono cambiate. E allora ti ritrovi una serie di risposte da parte di persone che il libro non l'hanno letto ma sanno che lo stile fa schifo, che non è un libro che può restare nella memoria. 
Nel caso migliore scrivono che loro hanno un pregiudizio verso questo autore-politico e se lo tengono stretto. Il che ci sta, perché tutti abbiamo dei pregiudizi, eppure, quando li superiamo, quando attraversiamo il fossato e vediamo cosa c'è dall'altra parte, quasi sempre scopriamo che il nostro pregiudizio era davvero sciocco.
Leggere per me significa soprattutto attraversare quel fossato, andare oltre noi stessi, vedere cosa c'è dall'altra parte. Per questo ritengo che abbia poco senso raggomitolarsi nei propri pregiudizi e leggere solo chi dice quello che già pensiamo, perché così stiamo bene e ci sentiamo rassicurati. Io credo che si debba leggere soprattutto chi la pensa diversamente da noi, per capire e per concludere una volta di più che sbagliano. O forse, qualche volta, per stupirsi di non essere così lontani. 
Ma forse pretendo troppo dai lettori, soprattutto da quelli impettiti che ci tengono a essere colti e che ti considerano inutilmente snob se leggi un libro in lingua originale. 



sabato 12 ottobre 2024

Il seno e la politica

Eh niente, con Rosella Postorino c'è sempre qualcosa che mi fa rabbrividire di fastidio. Leggo su F un estratto del suo romanzo, qualcosa che forse avevo anche già letto da un'altra parte. Questa storia del seno, che è cresciuto e che in qualche strano modo entra anche in relazione con il fatto che si possa voler bene anche a un padre maschilista. E mi fa restare proprio perplessa questa rivelazione, che per la Postorino sembra essere rivoluzionaria e forse anche un po' vergognosa, e invece è una cosa del tutto naturale, soprattutto perché stiamo parlando (mi sembra) di un maschilismo che deriva da un retaggio culturale, da un maschilismo mon violento e che alla fine si sgretola contro la modernità di una donna che lavora. 
Ma forse non capisco perché io invece ho avuto un padre femminista, il più femminista di una famiglia in cui gli altri membri erano donne. 
Eppure per me è naturale che si possa voler bene a un padre maschilista, come si può voler bene a un padre con idee diverse. Come si può voler bene a una madre che si veste male, a un fratello che non è bravo a scuola  
Perché le cose importanti per me sono altre. E qui torniamo al seno. 
A tutti quanti,  maschi o femmine, è capitato qualche volta, da ragazzini, di essere presi in giro per qualcosa, fosse un vestito o una caratteristica fisica. Tutti quanti probabilmente ci siamo rimasti male, ma crescere vuol dire anche superare quel momento, saper magari sorridere di quello scherzo che un tempo ci ha fatto male. Crescere vuol dire rimettere le cose a posto, guardare da un punto di vista più lontano, vedere dall'esterno quel momento nel quale una volta siamo rimasti impantanati. Oggi invece c'è quasi un compiacimento nel non saper restituire alle cose la loro dimensione, anzi, a renderle ancora più grandi di quello che ci erano sembrate da bambini, a trasformarle in politica e a farne quindi questioni noiosissime e infinite di vittimismo. 
E allora anche un collega che dice di finirla di parlare di tette diventa un frustrato che desidera quelle tette. Può darsi. Ma può darsi anche che invece fosse solo stufo di sentir parlare di tette, senza nessun retropensiero. E anche se la Postorino, tra i due, è poi quella che lavora con le parole, è pur sempre lei quella che scrive "a mensa" e qui c'è da chiedersi dove diavolo sia finito l'editor del libro. 



martedì 24 settembre 2024

Faticoso essere bambini oggi

Che fatica essere bambini oggi!
La generazione attuale di bambini credo sia quella che gioca meno, assediata da genitori-piovere, che vogliono sapere, seguire, decidere. Con chi giocano i loro figli? Dove giocano i loro figli? A cosa giocano i loro figli?
Per far giocare i bambini si pedonalizzano piazze, si chiudono strade a bassissimo traffico, però davanti alle scuole no, perché i genitori devono poterli andare a prendere, questi figli. E non sia mai che tornino da soli, addirittura con degli amici. Poi magari, l'anno prossimo, quegli stessi ragazzi per i quali bisogna pedonalizzare, quegli stessi ragazzi che non potevano andare da soli nemmeno sullo scivolo del giardino condominiale, andranno in bicicletta o in due sul monopattino, incuranti dei pericoli, convinti che il traffico si fermerà al loro passaggio.
Eppure credo che anche a questi ragazzi potrebbe piacere andare a scuola da soli, con gli amici, schizzandosi con gli ombrelli quando piove, correndo quando sono in ritardo, aspettandosi per attraversare la strada tutti insieme, tenendo per mano i più piccoli. E poi correre a giocare sfrenati, ovunque, a giochi inventati, senza genitori intorno.



lunedì 23 settembre 2024

Traffico in città

 Ci lamentiamo della città, di come è gestita e di come riusciamo (o non riusciamo) a viverla. Forse ci lamentiamo troppo, mi dicono che, se la lamentela fosse uba disciplina olimpica saremmo medaglia d'oro ma perché non dovremmo lamentarci dei bivacchi? Perché dovremmo accettare di vivere nello schifo delle bottiglie vuote trovate la mattina dopo e della gente che fa i bisogni contro gli alberi e i muri?
La verità è che se la lamentela fosse una disciplina olimpica noi non ci presenteremmo nemmeno. E qui sbagliamo, perché ci lamentiamo troppo poco, perché scriviamo un commento ma poi accettiamo la violenza di chi vive in una città e pretende di trasformarla in un paesino, con consiglieri convinti di essere animatori di un villaggio-vacanze, che postano foto del mangiafuoco.
Si parla di spazio pubblico,  di soldi pubblici,  ma i soldi pubblici sono quelli di chi si alza alla mattina e va a lavorare, magari facendo il meccanico o magari usando un'auto per andare e tornare dal posto di lavoro. Questi sono quelli che fanno la loro parte, non chi posta le foto del mangiafuoco.
Una città per definizione è un luogo di traffico e di auto e quando il traffico si ferma finiscono i soldi per fare qualsiasi cosa. Chi non vuole le auto e il traffico, forse ha sbagliato a vivere in città. Le persone si aggregano spontaneamente se le piazze sono sicure, se non hanno paura a uscire di casa. Riqualificare una piazza o una zona significa ben altro che pedonalizzare, che vietare i parcheggi per una domenica, ma costa fatica. Allora è molto più semplice impedire di parcheggiare e organizzare una domenica con divieti e mangiafuoco. 



domenica 22 settembre 2024

Ciao, Paola!

L'ho letto ieri sera, al termine di un sabato sera tranquillo: Paola Marella se n'è andata. E sembrava impossibile, guardando la vita che traboccava dal suo viso nella foto. 
Non la conoscevo ma ci eravamo incrociate qualche volta, per le strade della nostra città o sui social. Avevamo avuto qualche scambio, condiviso qualche opinione. 
Mi piacevano i suoi post, leggevo sempre la citazione del lunedì mattina, con cui dava il via alla settimana, mi piaceva guardare le foto con cui offriva suggerimenti su come arredare un terrazzo o rendere più fruibile un piccolo balcone. Oppure le foto di luoghi noti ma di cui magari restava da scoprire ancora qualcosa. 
Paola Marella era una persona gentile e sorridente, elegante di quell'eleganza che non ha bisogno di essere cercata. E nel suo sorriso, nel suo modo discreto di affrontare la malattia e di andarsene, ho trovato la milanesità vera, quella dei miei nonni e che qualcuno cerca di stereotipare, facendone un marchio insulso.
Paola Marella incarnava le caratteristiche della Milano che amo e che anche lei amava. Se n'è andata nell'ultima sera della stagione che preferiva e resta il vuoto che lasciano sempre le persone che riempiono lo spazio senza fare chiasso. 
Mi è tornata in mente una sera del tempo in cui lavoravo in centro e, uscita dall'ufficio, mi ero trovata davanti un cartellone posto accanto al Duomo, in cui presentava il suo nuovo programma. Ho pensato a quel periodo, a quanto tempo è passato senza che me ne accorgessi, al mio capo di allora, che se n'è andato poco più di un anno fa, senza che riuscissi a salutarlo.



domenica 15 settembre 2024

Chi va e chi viene

"È la vita", si dice. Alcune persone passano e se ne vanno. Altre arrivano. Altre tornano. Poi ci sono quelle che, pur essendo andate, restano sempre e te le ritrovi addosso, accanto, dentro nei momenti più impensati.
 

sabato 7 settembre 2024

La libertà

Alla fine è sempre la libertà che dà fastidio.
La libertà di essere come si vuole, di pensare oltre i luoghi comuni, di uscire dagli schemi nei quali vorrebbero relegarci.
La libertà di essere diversi da loro, di scegliere cose e percorsi differenti. 
La libertà di volere altro, di fare altro, di pensare altro. 
Non c'è davvero niente che fa arrabbiare più della libertà. 



venerdì 30 agosto 2024

Frasi d'estate

Le frasi più assurde (e divertenti) di quest'estate:

Arrivare quarti alle Olimpiadi è fantastico. 

Un po' di pioggia ci vuole. 

Alain Delon rappresentava una mascolinità superata.





mercoledì 31 luglio 2024

La notte

C'è una notte contro cui sbatto sempre. Me la ritrovo davanti, alla fine del mese che continuo a considerare il mio preferito, ma che poi diventa malinconico, per la città vuota e per tutte quelle ricorrenze che si accumulano.
È una borsa da viaggio tornata da sola. Un temporale estivo che si scatena e poi svanisce. Così tanti anni che non riesco a contare.
Non ho pensato a lei ogni giorno di tutti questi anni. La vita è stata veloce, spesso frenetica. Eppure lei è rimasta con me, mi è capitato di ritrovarla nel modo di regolare una tapparella, nella scelta di una gonna, guardando dal finestrino di un treno.


sabato 13 luglio 2024

La maturità

Ogni anno in questo periodo si parla di maturità. Quest'anno con una polemica in più: i genitori che vanno ad assistere i figli con i fiori. 
Io la maturità l'ho fatta tantissimi anni fa, potrei fare tantissime vite fa. La scuola è sempre stata una cosa mia, me la sono sempre sbrigata da sola, rimediando alle (peraltro poche) insufficienze per conto mio. Il liceo mi è piaciuto, amavo le lingue, amavo la letteratura e questo resta uno dei pochi legami con la ragazza che ero, insieme ai completi co la giacca nera.
Il giorno dell'orale, quando uscii da scuola, trovai mio padre, con la macchina in bilico su un passo carraio, che mi venne incontro a chiedermi com'era andata. Non mi aspettavo di trovarlo lì, lui che non era mai venuto nemmeno a parlare con un professore. Era andata che avrei voluto parlare di Heine, invece parlai di Thomas Mann, a una commissione che avrebbe voluto sentir parlare di Goethe. 
In quel momento, all'uscita da scuola, con l'esame già fatto, stavo pensando ormai ad altro. Pensavo al pomeriggio, a un'amica che doveva venire a studiare per il suo esame, che era il giorno dopo, e alla vacanza più lunga della mia vita. 
Dopo è stato tutto veloce, gli anni sono passati in fretta, ho sempre mantenuto l'abitudine di vivere pensando a quello che viene dopo. E ogni anno, quando sento parlare della maturità, mi accorgo che la mia me la sono dimenticata. C'è solo mio padre che mi aspetta fuori, con la macchina in bilico sul passo carraio. E allora vorrei essere stata un po' più brava in tutto, nella vita. 

sabato 22 giugno 2024

Monaco e la vita di periferia

Monaco è la mia seconda città. Una città che è entrata nella mia vita molti anni fa, quando ci ho abitato per un periodo, e che poi non è mai più uscita. Ogni tanto ho bisogno di andarci, ho bisogno di camminare sulla Kaufingerstraße e vedere quali sono i negozi nuovi e quelli che invece non ci sono più. Ogni volta cerco di ricordare dove fosse il World of Music, quel WOM che era un punto di ritrovo, un luogo in cui passare ore con le cuffie ad ascoltare musica. Un negozio nuovo e, allora, negli anni Ottanta, innovativo, che invece oggi sarebbe anacronistico. E mentre lo cerco, osservando la nuova fisionomia che di volta in volta la città assume, mi accorgo in realtà di cercare la ragazza che ero a diciotto anni. E a volte la intravedo in una birreria storica, dove andavo a prendere una torta, oppure a una finestra della libreria di fronte al Glockenspiel.
Quello che non avevo mai fatto, in tutti questi anni, nonostante le volte in cui sono tornata, è stato andare dove abitavo allora. E invece questa volta ho voluto farlo, perché poi quando mi ricapita di andarci con la macchina? Eppure allora la macchina non l'avevo, ma andavo lo stesso avanti e indietro da Marienplatz e da Schwabing senza nessun problema. Ho rivisto la fermata dell'autobus che, dall'ultima stazione del metrò, quella dell'Olympiazentrum, mi portava nella periferia in cui percorrevo velocemente il tratto che conduceva a casa. Lo facevo anche di sera, qualche volta con un brivido di paura, qualche altra con la tranquillità incosciente di chi è ancora giovane. 
È stato quando ho ripercorso quella strada in macchina e mi sono ritrovata davanti a una casa disabitata, con il prato incolto, le altalene abbandonate, che ancora, come allora, ho ritrovato la similitudine con la via di Milano in cui sono cresciuta. Se non fossi stata abituata a vivere in una zona periferica a Milano, probabilmente avrei avuto più difficoltà anche a vivere in una zona periferica a Monaco. Allora invece era normale. Quando ha iniziato a diventare indispensabile avere una stazione del metrò vicino a casa? Di preciso non lo so, ma so che quel giorno sono invecchiata.
Io e i miei amici vivevamo in periferia, andavamo a scuola in zone centrali, tornavamo a casa a pranzo, quasi sempre facevamo un'escursione in centro nel pomeriggio e spesso ci tornavamo di sera. Non ci pesavano i tratti a piedi e quelli in autobus e ci stupivamo sempre di quanto fosse veloce il metrò. Non piantavamo tende per difendere il diritto ad avere una casa in centro, anzi, nemmeno la volevamo, allora, quella casa in centro, perché amavamo la periferia e il senso di libertà che ci davano quelle corse avanti e indietro. E io amavo anche la casa di Monaco e mi è dispiaciuto trovarla abbandonata, senza un nome sul cancello, senza voci di bambini che giocavano. Credo che non ci tornerò più, perché difficilmente avrò ancora il tempo di tornare fin lì, le prossime volte che sarò a Monaco. 


venerdì 31 maggio 2024

Stereotipi femminili

Martedì, al termine di una giornata lavorativa troppo lunga, ho visto il saluto della Meloni a De Luca e mi sono fatta una risata.
Sono rimasta però perplessa che, dopo tutti i discorsi sugli stereotipi femminili, sul rosa, sui giocattoli, sull'educazione delle bambine diversa da quella dei bambini, siano stati tirati fuori proprio tutti quegli stessi stereotipi e che ci sia stato un richiamo all'eleganza femminile, che imporrebbe di incassare l'insulto e far finta di niente. 
E mi spiace che una delle prime a rispolverare gli stereotipi sia stata proprio Lella Costa, perché Lella Costa mi piace fin dai tempi di Magoni e da allora sono sempre andata a vedere i suoi spettacoli ogni volta che ho potuto.


sabato 18 maggio 2024

La palma della noia





Che noia Meryl Streep.
Che noia le celebrazioni ipocrite, soprattutto quando riguardano una che dell'ipocrisia è diventata un monumento. Una che chiamava "God" Weinstein quando era il padrone di Hollywood, e che poi l'ha scaricato appena è scoppiato lo scandalo. Una che ha inondato le pagine dei giornali raccontando la storia stucchevole della famiglia perfetta, del matrimonio eterno, anche se si era separata da anni.
Ho scoperto che non mi piace Meryl Streep quando ha iniziato a girare la sua foto sull'autobus e il post lagnoso perché secoli prima era stata scartata al provino di King Kong. Era un falso, non l'aveva scritto lei, ma era una di quelle prediche insopportabili che le aleggiano sempre intorno. Che poi si sa che per fare un film è importante anche l'aspetto fisico e infatti Meryl Streep è completamente fuori luogo ne "La casa degli spiriti", dove interpreta una donna che dovrebbe essere piccola e scura. E fuori luogo è volerla vedere come una che ha cambiato il modo di rappresentare le donne.
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lunedì 29 aprile 2024

Uscite

Una ventina di anni fa sono stata al Carcano a vedere Carmen con Monica Guerritore. Ero con mia madre e mia sorella, era la prima e a noi piacque molto, ma il resto del pubblico la pensava diversamente e, al termine, ci fu una specie di rivolta, con gente che urlava e reclamava.
Accanto a me era seduto un ragazzo che, nonostante l'età, era fastidiosamente vecchio e ad un certo punto decise di partecipare all'insurrezione: "Avanspettacolo di quarta categoria!" urlò. 
"L'entrata è a pagamento, l'uscita è gratis," gli rispose la Guerritore. 


Stasera, a distanza di tanti anni, mi è capitato di leggere un post di Monica Guerritore che se la prende con Guia Soncini per un articolo. E probabilmente molte persone, come me, neppure avrebbero saputo di quell'articolo e invece poi sono andate a leggerlo e si sono chieste perché mai se la sia presa tanto. Ma soprattutto, quello che mi ha messo tristezza, è il bisogno di dire "Io sono e invece lei...", prendendosi come merito anche quello di aver avuto sedici anni quando l'altra ne aveva due. Un bisogno che chi è davvero non ha. E mi ha messo una gran tristezza per tutta la distanza che separa questa risposta da quella sull'uscita gratis.


giovedì 11 aprile 2024

Il tempo delle mele

Ho rivisto "Il tempo delle mele", 1 e 2, e mi è piaciuto ancora. Mi è piaciuto moltissimo, non so se come allora, quando l'avevo visto al cinema, perché non mi ricordo più. Mi è piaciuto come mi piacciono le commedie francesi tipo "Se sposti un posto". Un genere di commedia che noi non facciamo. E non importa se l'altra volta ero più giovane di Vic e adesso ho quasi l'età del nonno. Resta invece da chiedersi chissà come mai abbia avuto più successo Pierre Cosso di Alexandre Sterling, che era più bello e che ha fatto il primo film, più divertente e originale.
Ma si sa, la vita va così. 



sabato 9 marzo 2024

Opinioni

Mio padre ha sempre letto tre giornali ogni giorno. Uno era sempre il Corriere, gli altri cambiavano, a seconda dei giorni o di quello che succedeva, perché gli interessava sapere cosa diceva una certa parte politica su un certo avvenimento. 
Adesso, che non vivo più con lui e che anche i giornali sono cambiati, non so se ne legga ancora tre al giorno. So però che, ad un certo punto, quella che mi sembrava una sua mania è diventata una mia necessità. 
Durante il periodo del covid ho continuato a svegliarmi alle 6:30 anche se non dovevo fare la strada per andare al lavoro, per leggere i giornali italiani e quelli stranieri nelle lingue che conosco.
Su fb leggo pagine di giornalisti che hanno idee diverse dalle mie. Spesso mi arrabbio, ogni tanto invece mi stupisco di trovarci un pensiero che condivido. 
Ho letto libri di politici che non ho mai votato, perché mi interessava capire e capirli.
Resto sempre perplessa quando qualcuno mi dice che non leggerebbe mai certi giornali e che non guarda certi canali. Se non fosse per mio marito, io guarderei tutti i talk show, anche quelli più faziosi. Soprattutto quelli. 
Eppure in questi mesi mi sono sentita dire che guardo le cose da un solo lato, anche da persone che in passato sono inorridite davanti ad alcuni libri che avevo letto "per ragioni etiche".
E siccome le ragioni etiche mi sono sempre sfuggite, mi chiedo se non sia per ragioni etiche che un giornalista, con cui non sono quasi mai d'accordo, non possa parlare in un'università a causa delle sue origini. Questa violenza di non lasciar esprimere chi ha idee diverse o un colore della pelle diverso o una religione diversa mi fa paura.
Voglio continuare ostinatamente a credere che si possa parlare, discutere, restare della stessa idea o cambiarla.



venerdì 2 febbraio 2024

Questo cielo






Ero davanti alle scale della metropolitana e una tizia mi ha chiesto un'indicazione. Le ho risposto che stavo andando proprio lì e che potevamo andarci insieme. 
Mi ha raccontato che veniva da Genova, che aveva preso il Frecciarossa per la prima volta e lo trovava fantastico. Era venuta per fare un concorso. E  intanto si guardava intorno e poi mi ha detto: "Che bella questa zona!" 
Ero un po' sorpresa, perché io trovo che sia una delle più brutte. Ma poi lei ha aggiunto: "Non sembra neanche Milano."
L'avrei mollata lì, ma ormai eravamo quasi arrivate. 
Eppure stasera, quando sono uscita dall'ufficio e ho visto questo cielo, ho ripensato a lei. Ma probabilmente era già partita e anche se fosse rimasta non se ne sarebbe accorta. Perché vengono a Milano, lavorano a Milano, vivono a Milano, ma vedono solo quello che loro credono che sia Milano.