Non sono una fan dell'agosto a Milano, della città deserta. La città deserta mi mette malinconia e a volte paura. Credo sia un retaggio di quando ero bambina e la città si svuotava, non restava più nessuno con cui giocare.
Partivamo tardi, intorno al 4 agosto, che adesso sarebbe presto, ma allora non c'era più nessuno, il cortile era deserto e restavano solo i ricordi dei giochi di qualche giorno prima. Non vedevo l'ora si partire. Facevamo vacanze bellissime, in posti sempre diversi, che oggi conoscono tutti e allora solo pochissimi. Mi annoiavo a morte, perché non conoscevo nessuno e non avevo nemmeno voglia di conoscere quei bambini, che non sapevo da dove venissero e che sarebbero tornati nel loro oblio dopo una decina di giorni. Per i miei genitori era inconcepibile che la mia socialità scomparisse completamente durante le vacanze. Fatico anch'io a capirlo adesso, ma allora era così e affogavo la mia voglia di tornare a casa, ai miei amici di sempre, in bagni solitari e silenziosi. Eppure le vacanze in cui riuscivo a rompere quel mio muro di solitudine sono tra i ricordi più belli di quei giorni al mare, tanto aspettati e poi detestati. Invidiavo gli amici che andavano al paese dei genitori e ritrovavano i cugini come compagni di giochi. Invidiavo le amiche che andavano in posti banali, sempre gli stessi, e ritrovavano gli amici degli anni precedenti. Aspettavo la mia vita di sempre, che mi sembrava bellissima, e facevo progetti per il nuovo anno, che sarebbe iniziato a settembre.
I nostri giorni di mare sembravano eterni, ma in realtà erano pochi e la vacanza si concludeva con una manciata di giorni in giro, a visitare città e paesi. Quella era la parte della vacanza che preferivo, nonostante i lunghi tragitti in auto, ad ascoltare sempre le stesse cassette, che ci riportavano immagini di un anno appena trascorso.
Ho iniziato ad apprezzare le vacanze e le lunghe giornate di mare quando ho iniziato a trascorrerle con mio marito. Le aspetto durante l'anno, come aspetto i nostri viaggi e persino le vacanze in montagna.
Di solito partiamo intorno al 10 agosto e la città mi mostra ancora il volto deserto di quei giorni da bambina. La detesto come allora, sento la stessa malinconia che scompare nel momento in cui metto piede in un aeroporto. Siamo tornati anche in alcuni di quei luoghi stupendi e sono riuscita finalmente ad apprezzarli.
Dicono che adesso la città non sia più così deserta e io invece vedo i ristoranti chiusi, I negozi chiusi, vado nell'unica palestra aperta.
In quest'estate triste del 2026 non aspetto nemmeno il momento in cui anch'io mi butterò nella mischia delle vacanze. Mi godo l'idea di una passeggiata sul lago, una cena nell'unico tra i nostri ristoranti preferiti che sia ancora aperto. E intanto mio padre mi chiede quando partiremo. Rispondo in modo evasivo. Lui lo sa che non partiamo per lui, ma non voglio dargli il dispiacere di dirglielo. Glielo devo per tutte quelle vacanze, in luoghi bellissimi, che gli ho rovinato, quando la cappa di misantropia mi avvolgeva, davanti a un mare sconosciuto.

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