Leggendo i giornali di questi giorni o ascoltando i notiziari appare nitida una certezza: riqualificazione significa sbarrare la strada alle macchine per mettere dei tavoli da ping pong al centro di piazze disegnate con i gessetti e abbandonate agli ubriachi. Oppure lasciare che l'erba cresca incolta, che proliferino i topi (che si chiamano biodiversità). O ancora disegnare piste ciclabili inutilizzate perché pericolose.
Trasformare invece il territorio degradato delle ex Varesine nel Bosco verticale è una terribile speculazione, una voglia di miglioramento imperdonabile, una spinta verso l'alto (in tutti i sensi) che ispira disgusto. E da qui ripartono i giudizi razzisti contro i milanesi, che mettono in luce la tristezza di chi preferisce il basso, di chi pensa che ci si debba accontentare del peggio, ma poi scopre di non essere contento, perché se qualcuno va oltre gli rovina la gioia della sua mediocrità.
Se ci sono stati degli abusi e delle irregolarità, è giusto che siano sanzionati, ma i moralismi che si stanno scatenando ora, senza nessuna prova o certezza, soltanto perché erano lì, pronti da tempo, in attesa di essere buttati fuori dimostrano solo tutti i limiti di un modello che, per fortuna, non è quello di Milano.

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