Mentre stavo uscendo l'ho visto e, per forza di cose, quest'anno non l'ho guardato quasi per niente, ci sono interi mesi vuoti. E allora mi sono chiesta chissà cosa mi aspettavo quando ho comprato un calendario così ottimista e buonista.
Della mia città amavo la velocità, la frenesia di voler fare tutto e la possibilità di farlo. Amavo i cinema, i teatri, le mostre, ma anche i ristoranti, i negozi, il traffico. Amavo gli inverni lunghissimi, che speravo finissero presto, e le estati torride. Amavo la nostalgia del mare, la voglia di partire e la gioia di tornare. Adesso non lo so più perché ora questa città non sarà più la stessa.
Una trasmissione televisiva ha spiegato come, tra gli effetti benefici e salutari del lockdown, ci sia stata la diminuzione degli sprechi. Pare infatti che gli italiani, dopo aver passato la vita ad imbottire i frigoriferi di derrate alimentari di cui si ricordavano solo quando erano scadute da qualche mese, con il lockdown abbiano imparato a fare la spesa.
Sarà che il mio frigorifero è sempre desolatamente vuoto, perché vederlo pieno mi dà l'ansia di dover mangiare a tutti i costi; sarà che dai corsi di cucina ho imparato soprattutto che non si può fare un investimento, ma quello che si compra va mangiato in tempi brevi; io però, che in vita mia al massimo ho buttato qualche limone, non ho mai sprecato tanto quanto nel periodo del lockdown. Di norma, dopo il lavoro, ho sempre avuto l'abitudine di fermarmi al supermercato sotto casa per comprare quello che mi serve per la cena di quella sera e, al massimo, della successiva: sono quella che compra una zucchina, una melanzana e si chiede se sia il caso di comprare un peperone o se non sia meglio ripassare domani. Durante il lockdown, invece, quando entravamo nel supermercato, cercavamo di comprare tutto quello che potesse servirci per almeno una settimana e avevo sempre paura che i ripiani del mio frigorifero cedessero sotto un peso a cui non erano abituati. Dopo pochi giorni, la frutta diventava molliccia, le verdure si afflosciavano. Non capirò mai come abbiano fatto gli altri a sprecare di meno. Soprattutto resta un mistero come si faccia a sprecare di meno quando si fa una spesa su un orizzonte temporale di più giorni, rispetto a quando la si fa giorno per giorno.
Poi ieri sera ho visto Clint Eastwood che, per l'ennesima volta, nascondeva il tagliacarte nei pantaloni, prendeva la borsa gialla piena di soldi da consegnare a un pericoloso assassino, e, mentre girava per San Francisco e un idiota gli faceva perdere tempo, rispondeva: «Ma va' a cuocere le uova!»
Allora ho capito: si inizia a preparare la strada (e le menti) per rimandarci a cuocere le uova, per tornare a impastare torte e sfornare pane.
Questa cosa del liceo Socrate di Roma, in cui la vicepreside ha detto alle ragazze di non andare a scuola con la minigonna perché poi ai professori "cade l'occhio", è sconcertante. E non solo per le parole della vicepreside che, fosse un caso isolato, non sarebbe un grosso problema. La cosa più assurda sono i commenti che ha scatenato l'episodio tra donne che sembra siano sempre andate in giro con una tunica da frate. Che io mi ricordi, a scuola con la minigonna ci siamo sempre andate tutte e non è mai stato un problema. Per la strada e sul metrò non ho mai visto donne con tuniche da frate nemmeno tra quelle della mia età. Questo slancio di perbenismo ipocrita non so da dove venga ma mi preoccupa dove andrà a finire, visto che qualcuno ha già detto che la mascherina ha liberato le donne dalla schiavitù del trucco (e quando mai il trucco è stato una schiavitù??). E anche se condivido il discorso che l'abbigliamento debba essere adeguato al luogo, credo che sia sempre meglio che ognuno decida per sé cosa è adeguato.
A luglio è stato bellissimo ritrovare a Milano le atmosfere, le persone e i piatti che per anni hanno fatto parte delle nostre vacanze. Qui non c'è la terrazza su Cala di Volpe, ma i tre fratelli di Porto Cervo hanno creato un ristorante molto bello e particolare nel centro di Milano, in via Mazzini, tra il Duomo e via Torino. E il problema è proprio questo, il centro di Milano. Perché Frades è la vera cattedrale nel deserto, l'unica luce festosa e accogliente in un centro lugubre e vuoto. Un centro che fa persino paura per quanto è vuoto, e si cammina velocemente, con la voglia di raggiungere l'auto e andarsene al più presto. Non sono passati molti anni da quando, alla sera, venivamo a prendere il caffè e fare una passeggiata, ma il centro è completamente cambiato. Un malinteso ecologismo ha reso sempre più difficile passarci una serata, i cinema sono più o meno tutti chiusi e, appena i negozi di abbigliamento abbassano le saracinesche, le vie del centro si trasformano in una necropoli. È il risultato di una filosofia che vorrebbe riportarci alla mobilità di un secolo fa, quella che ha animato tutti i politici e i personaggi dello spettacolo che volevano dipingerci il covid come l'occasione per cambiare stile di vita e nel frattempo traggettarci in un mondo lugubre e desolato, che spero altri luoghi, come Frades, contribuiscano ad allontanare. Per ora sono contenta che un pezzo di Porto Cervo sia arrivato qui.
Ieri questa notizia l'ho intravista e l'ho evitata, perché la domenica è una giornata corta e alla fine più frenetica. E poi questa notizia non volevo sentirla, perché quello che avevo intravisto era il sorriso felice di un ragazzo, un sorriso illuminato da uno sguardo buono e da tanta voglia di vivere, e non volevo che fosse così.
Stamattina, mentre facevo colazione e scorrevo internet, invece l'ho letta, quella notizia. Era proprio la notizia che non si vorrebbe leggere, quella che si vorrebbe cambiare ma non ci si può fare niente. Ho continuato a pensarci mentre ero ferma nel traffico e vedevo un tizio nella macchina accanto alla mia con la mascherina a righe abbinata alla camicia. Ci ho pensato mentre pranzavo e leggevo di una madre straziata, che non si reggeva in piedi. Ci ho pensato mentre facevo la strada del ritorno e quando ho preso un caffè. Ci ho pensato come si pensa a tutte le cose che si vorrebbero cambiare e invece ci si rende conto che non c'è niente da fare. E allora voglio portarmi dentro lo sguardo e il sorriso di quel ragazzo,l.
Le nostre vacanze, da qualche anno, iniziavano ai Frati Rossi perché il primo anno che eravamo andati in Costa Smeralda l'avevamo perso. Passavamo davanti al cartello che indicava la direzione per arrivare in quel ristorante dal nome strano, ma, non vedendolo, passavamo oltre. Eppure il nome ci girava nella testa e l'ultima sera, dopo aver disdetto un ristorante che non ci convinceva, avevamo deciso di provare i Frati Rossi. Così avevamo seguito il cartello e ci eravamo inerpicati sul sentiero buio e ripido della Pantogia. Alla fine l'avevamo visto, un punto di luce immerso nel giardino, un luogo quasi incantato, in montagna eppure al mare. Non c'era posto e ci restò il rimpianto. Due anni dopo, quando tornammo in Costa Smeralda, la nostra vacanza partì da lì e da lì sono partite quelle successive, fino a quest'anno.
Quest'anno è un anno diverso, un anno in cui è successo l'imprevedibile, in cui la vita è cambiata e non sappiamo se tornerà come prima. Anche l'estate è stata diversa, l'abbiamo passata in giro per un paese che sorprende sempre, anche quest'anno, che qualche volta non sembrava più lui e qualche altra sembrava che non fosse successo niente.