domenica 20 dicembre 2020

La tua camera

Ho impiegato nove anni prima di arredare la tua camera. Per nove anni è rimasta lì, pronta ad aspettarti, come se tu dovessi arrivare da un momento all'altro, anche se ormai sapevo benissimo che non saresti arrivato mai.

In quest'anno strano e così diverso, ho trovato la voglia di arredarla per me, come serve a me, senza aspettarti più. Non sei arrivato, non arriverai mai, e io posso vivere senza di te. 

domenica 22 novembre 2020

Social networks

Ci sono persone che cerchi e non sai più che fine abbiano fatto, inghiottite dal tempo, un ricordo lontano, sepolto da altri ricordi. Poi succede che in una domenica qualunque ti ritrovano loro, nascoste da un nome impossibile da indovinare. E quei ricordi lontani diventano all'improvviso vicini, più vicini delle nostre vite lontane.

Questo è quello che mi piace di internet.

Perché senza internet, senza i social network, non mi sarebbe capitato di ricevere una richiesta di amicizia e di leggere il nome che negli anni ho cercato spesso, digitandolo su Google e su Facebook. Il nome dell'amica con cui sono cresciuta, quella con cui sono andata in vacanza, per la prima volta da sole. L'amica del primo cinema, della prima discoteca, del primo concerto. E poi ci siamo perse, perché la vita è così, si cresce, si cambia, si prendono strade diverse. E è bello, nella vita, ad un certo punto, ritrovarsi e scoprire di non essersi neanche allontanate tanto dalle bambine che siamo state insieme, nonostante le donne che siamo oggi. 

giovedì 12 novembre 2020

Il cane malato

 La signora ha sistemato il cane sul sedile posteriore della mia macchina.

"Il cane è malato", mi ha detto mia sorella.

"Non ha le orecchie", ho detto e poi ho notato che non aveva neanche un pelo e la pelle era sottile e percorsa dai capillari.

"E poi ha qualcosa agli occhi", ha detto ancora mia sorella. Il cane infatti mi guardava con gli occhi molto tristi, che sembrava volessero rotolare fuori dalle orbite.

Mi faceva molta pena, avrei voluto abbracciarlo e speravo che tornasse normale. D'altra parte mi faceva impressione e speravo che stesse lontano. 

Non so perché faccio questi sogni ma oggi ci penserò per tutto il giorno. 

martedì 3 novembre 2020

Vienna


Vienna è una città che mi è familiare. Conosco il suo aeroporto e la fermata del CAT. Mentre attraverso Stadtpark, inizio a cercare con gli occhi lo Steffi e, quando appare, chiuso in mezzo alle vie del centro, mi sembra che mi saluti, come un vecchio amico. Conosco i musei e i monumenti, ho dei punti di riferimento, so dove dormire e dove andare a mangiare.

All'ombra di Vienna, Schnitzler svelò il futuro della letteratura. Ma qui il passato continua a vivere, accanto al presente. Il mondo di ieri, che Stefan Zweig temeva fosse svanito, non se n'è mai andato, è ancora lì.

Eppure per me Vienna sarà sempre la città di Karl Kraus. È lui, che ogni tanto mi sembra di vedere, mentre cammina veloce per le strade, "l'unico austriaco che non sa aspettare", incurante della bicicletta che nel 1936 l'ha investito.

giovedì 29 ottobre 2020

Aerei

Facebook dice che quattro anni fa ero a Praga. Un altro anno invece stavo andando a Monaco. Ci sono stati periodi in cui non facevo altro che prendere aerei. Adesso, che non prendo un aereo da oltre un anno, mi mancano anche i viaggi in giornata. Mi mancano le sveglie alle 4, anche se ero già sveglia, l'ansia che il taxi che avevo prenotato non arrivasse, oppure che fosse già arrivato e mi aspettasse davanti al portone, con un tassametro già altissimo. Mi mancano le corse per la città, ancora buia e addormentata, l'aeroporto semideserto, con i negozi ancora chiusi, poi un altro taxi, un'altra città che appare dai finestrini e la cosa più bella sarebbe, alla sera, prima di andare verso un altro aeroporto, riuscire a fare un giro, magari anche solo andare a piedi al metrò. Mi mancano l'arrivo e la cena e persino la stanchezza del giorno dopo.


sabato 24 ottobre 2020

La bisnonna

In questi mesi ho pensato spesso alla mia bisnonna, l'unica che ho conosciuto. La cosa che ricordo meglio è il suo sorriso, luminoso e pieno di affetto, nonostante dicono che avesse un pessimo carattere. La ricordo poi seduta accanto alla finestra, arrabbiata per qualcosa che le avevano detto, mentre insultava, uno per uno, i nipoti, la nuora, la cognata. C'era qualcosa di maestoso nella sua ira, che fece tacere tutti. Eppure mi sembrò molto divertente.

L'ultimo ricordo che ho è quello di una camera di ospedale, mia madre che la aiutava ad alzarsi un poco dal letto, per bere qualcosa. Guardavo i loro profili, che sarebbero stati identici, se non fosse stato per la differenza di età.

Qualche giorno dopo morì e, siccome a cena guardavamo sempre il telegiornale e il giornalista parlava dei morti del giorno, con una loro foto alle spalle, aspettai per tutto il tempo che parlasse anche di lei e che apparisse la sua foto. Ci restai malissimo quando il telegiornale finì senza neanche un accenno.

Adesso mi capita di pensare a come avrà vissuto gli anni della spagnola, esplosa l'anno in cui partorì, e mi verrebbe voglia di chiederle: "Com'è stato che siete tornati normali?"

Ma in realtà lo so.

Erano una generazione che ha vissuto due guerre, vivevano in case di ringhiera, erano abituati a condividere con estranei persino il bagno, che noi quasi fatichiamo a spartire con i familiari. Non si sarebbero mai chiusi in casa, a morire di paura, da asintomatici.

domenica 11 ottobre 2020

Il calendario

 


Mentre stavo uscendo l'ho visto e, per forza di cose, quest'anno non l'ho guardato quasi per niente, ci sono interi mesi vuoti. E allora mi sono chiesta chissà cosa mi aspettavo quando ho comprato un calendario così ottimista e buonista.

sabato 3 ottobre 2020

Uova

 Una trasmissione televisiva ha spiegato come, tra gli effetti benefici e salutari del lockdown, ci sia stata la diminuzione degli sprechi. Pare infatti che gli italiani, dopo aver passato la vita ad imbottire i frigoriferi di derrate alimentari di cui si ricordavano solo quando erano scadute da qualche mese, con il lockdown abbiano imparato a fare la spesa.

Sarà che il mio frigorifero è sempre desolatamente vuoto, perché vederlo pieno mi dà l'ansia di dover mangiare a tutti i costi; sarà che dai corsi di cucina ho imparato soprattutto che non si può fare un investimento, ma quello che si compra va mangiato in tempi brevi; io però, che in vita mia al massimo ho buttato qualche limone, non ho mai sprecato tanto quanto nel periodo del lockdown. Di norma, dopo il lavoro, ho sempre avuto l'abitudine di fermarmi al supermercato sotto casa per comprare quello che mi serve per la cena di quella sera e, al massimo, della successiva: sono quella che compra una zucchina, una melanzana e si chiede se sia il caso di comprare un peperone o se non sia meglio ripassare domani. Durante il lockdown, invece, quando entravamo nel supermercato, cercavamo di comprare tutto quello che potesse servirci per almeno una settimana e avevo sempre paura che i ripiani del mio frigorifero cedessero sotto un peso a cui non erano abituati. Dopo pochi giorni, la frutta diventava molliccia, le verdure si afflosciavano. Non capirò mai come abbiano fatto gli altri a sprecare di meno. Soprattutto resta un mistero come si faccia a sprecare di meno quando si fa una spesa su un orizzonte temporale di più giorni, rispetto a quando la si fa giorno per giorno.

Poi ieri sera ho visto Clint Eastwood che, per l'ennesima volta, nascondeva il tagliacarte nei pantaloni, prendeva la borsa gialla piena di soldi da consegnare a un pericoloso assassino, e, mentre girava per San Francisco e un idiota gli faceva perdere tempo, rispondeva: «Ma va' a cuocere le uova!»

Allora ho capito: si inizia a preparare la strada (e le menti) per rimandarci a cuocere le uova, per tornare a impastare torte e sfornare pane.


lunedì 21 settembre 2020

L'occhio che cade

 Questa cosa del liceo Socrate di Roma, in cui la vicepreside ha detto alle ragazze di non andare a scuola con la minigonna perché poi ai professori "cade l'occhio", è sconcertante. E non solo per le parole della vicepreside che, fosse un caso isolato, non sarebbe un grosso problema. La cosa più assurda sono i commenti che ha scatenato l'episodio tra donne che sembra siano sempre andate in giro con una tunica da frate. Che io mi ricordi, a scuola con la minigonna ci siamo sempre andate tutte e non è mai stato un problema. Per la strada e sul metrò non ho mai visto donne con tuniche da frate nemmeno tra quelle della mia età. Questo slancio di perbenismo ipocrita non so da dove venga ma mi preoccupa dove andrà a finire, visto che qualcuno ha già detto che la mascherina ha liberato le donne dalla schiavitù del trucco (e quando mai il trucco è stato una schiavitù??). E anche se condivido il discorso che l'abbigliamento debba essere adeguato al luogo, credo che sia sempre meglio che ognuno decida per sé cosa è adeguato.

martedì 15 settembre 2020

Frades - Porto Cervo

A luglio è stato bellissimo ritrovare a Milano le atmosfere, le persone e i piatti che per anni hanno fatto parte delle nostre vacanze. Qui non c'è la terrazza su Cala di Volpe, ma i tre fratelli di Porto Cervo hanno creato un ristorante molto bello e particolare nel centro di Milano, in via Mazzini, tra il Duomo e via Torino. E il problema è proprio questo, il centro di Milano. Perché Frades è la vera cattedrale nel deserto, l'unica luce festosa e accogliente in un centro lugubre e vuoto. Un centro che fa persino paura per quanto è vuoto, e si cammina velocemente, con la voglia di raggiungere l'auto e andarsene al più presto. Non sono passati molti anni da quando, alla sera, venivamo a prendere il caffè e fare una passeggiata, ma il centro è completamente cambiato. Un malinteso ecologismo ha reso sempre più difficile passarci una serata, i cinema sono più o meno tutti chiusi e, appena i negozi di abbigliamento abbassano le saracinesche, le vie del centro si trasformano in una necropoli. È il risultato di una filosofia che vorrebbe riportarci alla mobilità di un secolo fa, quella che ha animato tutti i politici e i personaggi dello spettacolo che volevano dipingerci il covid come l'occasione per cambiare stile di vita e nel frattempo traggettarci in un mondo lugubre e desolato, che spero altri luoghi, come Frades, contribuiscano ad allontanare. Per ora sono contenta che un pezzo di Porto Cervo sia arrivato qui.

martedì 8 settembre 2020

Il ragazzo con il sorriso

 Ieri questa notizia l'ho intravista e l'ho evitata, perché la domenica è una giornata corta e alla fine più frenetica. E poi questa notizia non volevo sentirla, perché quello che avevo intravisto era il sorriso felice di un ragazzo, un sorriso illuminato da uno sguardo buono e da tanta voglia di vivere, e non volevo che fosse così.

Stamattina, mentre facevo colazione e scorrevo internet, invece l'ho letta, quella notizia. Era proprio la notizia che non si vorrebbe leggere, quella che si vorrebbe cambiare ma non ci si può fare niente. Ho continuato a pensarci mentre ero ferma nel traffico e vedevo un tizio nella macchina accanto alla mia con la mascherina a righe abbinata alla camicia. Ci ho pensato mentre pranzavo e leggevo di una madre straziata, che non si reggeva in piedi. Ci ho pensato mentre facevo la strada del ritorno e quando ho preso un caffè. Ci ho pensato come si pensa a tutte le cose che si vorrebbero cambiare e invece ci si rende conto che non c'è niente da fare. E allora voglio portarmi dentro lo sguardo e il sorriso di quel ragazzo,l.

domenica 6 settembre 2020

L'estate diversa

Le nostre vacanze, da qualche anno, iniziavano ai Frati Rossi perché il primo anno che eravamo andati in Costa Smeralda l'avevamo perso. Passavamo davanti al cartello che indicava la direzione per arrivare in quel ristorante dal nome strano, ma, non vedendolo, passavamo oltre.  Eppure il nome ci girava nella testa e l'ultima sera, dopo aver disdetto un ristorante che non ci convinceva, avevamo deciso di provare i Frati Rossi. Così avevamo seguito il cartello e ci eravamo inerpicati sul sentiero buio e ripido della Pantogia. Alla fine l'avevamo visto, un punto di luce immerso nel giardino, un luogo quasi incantato, in montagna eppure al mare. Non c'era posto e ci restò il rimpianto. Due anni dopo, quando tornammo in Costa Smeralda, la nostra vacanza partì da lì e da lì sono partite quelle successive, fino a quest'anno.

Quest'anno è un anno diverso, un anno in cui è successo l'imprevedibile, in cui la vita è cambiata e non sappiamo se tornerà come prima. Anche l'estate è stata diversa, l'abbiamo passata in giro per un paese che sorprende sempre, anche quest'anno, che qualche volta non sembrava più lui e qualche altra sembrava che non fosse successo niente. 


sabato 1 agosto 2020

Mascherine

Mio marito è uscito e non so nemmeno se sia arrivato in fondo alle scale, perché subito dopo ho risentito i suoi passi nel pianerottolo e la chiave che girava nella serratura. Sapevo già cos'aveva dimenticato: la mascherina.
Io la mascherina la porto in tutti i luoghi in cui è richiesto di portarla e credo che sia giusto portarla se serve ad evitare i contagi. Quello che non capisco è chi vuole far apparire la mascherina come una cosa bella, per niente fastidiosa, quasi un simbolo di civiltà. La mascherina è fastidiosissima, soprattutto con il caldo, mi ha fatto venire persino un'irritazione alla pelle. Quando cammino per la strada e vedo intorno a me persone con la faccia metà cancellata, mi rendo conto una volta di più dell'assurdità nella quale abbiamo vissuto in questi mesi, dell'assurdità con la quale abbiamo gestito questa situazione.
Alcuni tra i miei contatti paragonano la mascherina alla cintura di sicurezza. Io indosso anche la cintura di sicurezza, adesso lo faccio automaticamente, persino con quella della Ka, che è particolarmente odiosa, che fa una piega orrenda sui vestiti, soprattutto su quelli di lino. La cintura della Ka e chi paragona la mascherina alla cintura di sicurezza mi hanno fatto venire in mente che una vita fa avevo trovato assurdo anche il fatto di essere obbligati ad allacciarsi la cintura di sicurezza, il fatto che ci fosse una multa per chi decidesse di non allacciarla. Spero che non diventi un'abitudine anche la mascherina, perché non vedo nessun simbolo di civiltà in qualcosa che cancella un pezzo di faccia, perché credo che il problema da risolvere sia a monte e che la mascherina debba essere un mezzo transitorio. Ma dire che la mascherina è bella, che non dà nessun fastidio, che non è una limitazione è la strada più veloce verso l'abitudine. Un'abitudine che non voglio prendere. 

giovedì 30 luglio 2020

La notte più lunga


La notte più lunga arriva sempre.
Si agita nell'atmosfera dei giorni che la precedono,
in un'attesa nervosa.
È il ricordo di un tuono che scuote la terra,
di un lampo che squarcia il cielo.
È il ricordo di una mattina di sole,
delle foglie verdi, ricoperte di gocce di pioggia, 
che presto si asciugheranno.
Tutto sembra come prima.
Ma niente sarà più come prima.

venerdì 24 luglio 2020

Luglio


Ieri era il 23 e, mentre facevo colazione e mentre andavo al lavoro, cercavo di ricordare a chi dovessi fare gli auguri per il compleanno. Nel momento in cui mi sono ricordata chi fosse, ho realizzato anche che non era il caso di farglieli, perché gli anni li aveva compiuti sì il 23 ma di giugno.
Luglio, che di solito dura sempre vent'anni e che, nonostante sia il mese in cui lavoro di più, è rimasto uno dei miei preferiti, quest'anno mi è volato, non mi sono quasi nemmeno accorta di lui.
In questo anno strano e stravolto non mi sono ancora nemmeno arrabbiata per quest'estate fredda e piovosa, che non c''è.

domenica 12 luglio 2020

Ancora tu!

E io che credevo di non guidarti più!! Eravamo sempre insieme, avanti e indietro per le strade, per anni tra Milano e Corsico. E poi tra casa e via Washington, tra casa e il supermercato. Quando cambiavamo percorso, ogni tanto, ci perdevamo, con Tuttocittà sul sedile del passeggero, e trovavo la via quando eravamo già da un'altra parte. Una sera ci siamo perse a Lampugnano, continuavo a girare per file di case tutte uguali e non sapevo come uscirne. Allora ho chiamato mio marito, che si è irritato perché stava dormendo e poi si è irritato ancora perché non sapevo nemmeno dirgli dove fossimo.
Li ho contati, sono tredici anni che non ti guidavo più. Nei miei sogni più agitati tento di fare un numero girando la rotella di un enorme telefono grigio e la rotella non si gira, il mio dito non riesce a fare quel numero. Oppure giro la chiave nella serratura di una porta che, per quanto io giri, non si chiude. Altre volte ti sto guidando e la marcia non entra. In quei sogni sei sempre tu che sto guidando, la marcia che non entra è sempre la tua. Non quella dell'Alfa, con quell'assurda retromarcia che stava davanti. Ci sono state altre macchine, in questi tredici anni, macchine più grandi, più comode, automobili vere, ma che non sono mai state veramente mie, perché non avevo più bisogno di una macchina tutti i giorni. "È troppo grande per te," ha detto mio padre di tutte quelle auto, perché per lui un'automobile è come un paio di scarpe, ha la taglia.
Domani saremo di nuovo insieme, magari tirerò un po' troppo quel cambio, ma sarà bello al semaforo avere una macchina con una gran ripresa e fare una partenza tamarra, come quelle che non si possono fare con le altre automobili.

sabato 11 luglio 2020

Come prima

Su una rivista che ho comprato in settimana e che leggo solo ora, ci sono due lettere che parlano della vita che si è interrotta nel terrore di mesi silenziosi, in cui risuonavano le ambulanze, e di quanto questa vita faccia fatica a riprendere, lasciandoci il timore di non riuscire mai più a tornare come prima. È quel "come prima" la cosa più importante che se n'è andata e anche quello che eravamo noi prima. 
Ogni tanto ripenso a quando è successo quello che sembrava impossibile e penso che non dovremmo più lasciare che succeda. Adesso sembra quasi lontano e irreale che qualcuno ci chiedesse un'autocertificazione per uscire di casa e che fosse un problema persino l'abitudine di fare la spesa tutti i giorni, ma in realtà è successo e non tanto tempo fa.
Nel frattempo si parla di prolungare lo stato di emergenza di altri sei mesi, nonostante i dati dei contagi e delle terapie intensive di questi giorni. E allora è facile pensare che è successo e che potrebbe succedere ancora.

lunedì 6 luglio 2020

La zanzara nella televisione

Quand'ero bambina, la F1 era una zanzara che passava dalla televisione, nelle domeniche di sole al lago. 
La zanzara è tornata in casa mia quando sono andata a vivere con mio marito e allora, ogni tanto, con il sole che entra dalle finestre aperte, mi sembra di tornare a quelle domeniche, con mio nonno seduto fuori, che guardava la televisione, mentre noi giocavamo lì accanto. Avremmo potuto disturbarlo, ma non lo disturbavamo: gli adulti lo infastidivano velocemente, i bambini mai.
La F1 a volte mi annoia, la ascolto ma non la guardo. Con il Motogp è diverso, perché è più veloce e a volte io e mio marito ci guardiamo stupiti di aver urlato, per la gioia o per la delusione.
Con la F1 siamo più composti, per mio marito l'importante è che vinca la Ferrari, chiunque la guidi. Per me l'importante è che vinca Raikkonen, qualunque macchina guidi, dopo quella gara di tanti anni fa, che portò a termine nonostante l'auto semidistrutta. Ma se anche non vince non importa.
Ieri eravamo fuori, non mi sono nemmeno accorta della F1, fino alla sera, fino a quando ho visto le immagini e questo ragazzo, Charles Leclerc, che mi era già simpatico ma adesso lo è di più. Questo ragazzo che sorride e che non fa tante storie, contrariamente al suo compagno di squadra, e che ha scelto la posizione più semplice e logica, ma non la più scontata o la più comoda, prima di arrivare secondo in una gara in cui partiva malissimo.
In fondo ha anche lo stesso nome di mio nonno. 

lunedì 29 giugno 2020

Weekend di normalità

È appena da due settimane che abbiamo ripreso ad uscire a cena. L'abbiamo fatto timidamente, quasi con paura, anche se non abbiamo voglia di ammettere che avevamo perso l'abitudine a fare tutte le cose che prima facevamo con naturalezza. Ci siamo riabituati in fretta, però. E abbiamo scoperto che è più facile di quanto non ci sembrasse in questi lunghi mesi in cui anche andare al supermercato e comprare un paio di mutande era diventata una cosa impossibile. Uscire e vivere è come andare in bicicletta, si riprende come se non ci si fosse mai fermati. Eppure resta quella sensazione di fare magari qualcosa di strano, qualcosa che per tanto tempo non abbiamo più fatto.
Alla fine abbiamo fatto anche il primo weekend via da Milano e abbiamo riscoperto che è bellissimo rientrare alla sera in un albergo e poi uscire di nuovo per andare a cena. 
Sarà un'estate strana, di un anno diverso, che cerca di diventare uguale agli altri. E a ricordarci che è diverso sono le mascherine, appese a un orecchio, o sotto il mento, portate al polso come un braccialetto o più sopra, sul gomito, come una toppa. Qualche volta abbandonate per terra, su un marciapiede. Un accessorio antiestetico, non proprio igienico. 

venerdì 29 maggio 2020

Quest'estate

Nella diatriba sulle regioni, io starei con Sala, poi però mi ricordo che Sala ha vietato gli aperitivi dopo le 19 e, anche se non sono una da aperitivi perché oltre il caffè non vado, non so come si possa pretendere che gli altri ci spalanchino le porte, se siamo noi i primi a chiuderle. Allo stesso modo, non so come possiamo arrabbiarci con la Svizzera o l'Austria o la Grecia se i primi confini che teniamo chiusi sono quelli tra di noi.
Il mondo, che qualcuno si aspettava migliore, ci sta facendo vedere il suo lato "un po' peggio".
Ad un certo punto però mi è capitato sotto gli occhi un post del bar sulla spiaggia e ho ripensato al caffè in riva al mare, a cui ripenso spesso in inverno. Ho ripensato a quei giorni in cui ci fermiamo a mangiare un piatto di cozze e vongole. E poi all'anno scorso, quando siamo arrivati, e nell'unico albergo in cui siamo tornati per quattro anni, ci hanno salutato con un "Siete tornati a casa!" Mi sono venute in mente le chiacchierate alla sera, con la piscina davanti. Quest'anno, oltre al mare, mi mancheranno le persone. Perché le divisioni e le discriminazioni contano per chi non conta.

lunedì 18 maggio 2020

Questione d'età

Quando smetti di leggere la frase del Bacio Perugina perché tanto non la vedi, significa che sei diventata vecchia. Io da giovane non vedevo da lontano, adesso, per leggere, allontano i libri e i giornali. E forse è perché sono diventata vecchia che non riesco a rassegnarmi all'estinzione degli apostrofi. Ma poi, proprio quando cerco di farmene una ragione, li vedo apparire dove non si sa cosa ci facciano: qual'è, qualcun'altro. E allora non ci capisco più niente. Intanto mi irrito perché i prefissi vanno scritti attaccati al nome, con buona pace del correttore di Google, e invece ormai ci sono l'auto ritratto e il pre giudizio, che però convivono con fin'ora, tutt'ora, contr'ordine e addirittura con infondo e menomale. E io sono troppo vecchia per queste cose. Ma la colpa è tutta di mio marito, che continua a comprare questi maledetti cioccolatini. 

martedì 12 maggio 2020

L'appello contro la normalità

Per la seconda volta in pochi giorni mi è capitato sotto gli occhi l'appello promosso da Juliette Binoche e sottoscritto da altri attori, tra cui Robert De Niro, Monica Bellucci e Penelope Cruz, contro il ritorno alla normalità, al consumismo, alla vita superficiale. A parte che continuo a non capire perché una vita votata alla superficialità e all'egoismo dovrebbe aspettare un virus che impone il distanziamento sociale per diventare profonda e altruista, mi sembra che l'essenza della vita sia proprio nella normalità delle cose, in quel piacere che nel mondo di prima veniva dopo il dovere, ma che lo rendeva sopportabile e gli dava un senso. Non capisco cosa ci fosse di mostruoso nell'acquisto di un paio di scarpe o di un vestito, nonostante l'armadio fosse già pieno. Non capisco cosa ci fosse di terribile in una cena fuori dopo una giornata di lavoro, in una vacanza al mare o in un weekend lungo. Sono cose rinunciabili, di cui si può fare a meno? Certo, ma poi cosa ci resta? Cosa ci resta quando abbiamo rinunciato a tutto il rinunciabile e ci siamo dedicati solo all'essenziale? E soprattutto, gli attori che hanno firmato quell'appello dovrebbero ricordarsi che il superfluo, i vestiti, le scarpe, i ristoranti, le vacanze sono l'essenziale, quello che permette di pagare i mutui e di sfamare i figli, per moltissime persone. Persone che spesso impiegano molti anni per guadagnare quanto guadagnano loro con un solo film.

martedì 5 maggio 2020

Prospettive

Forse sono io che ho preso l'abitudine di lamentarmi, ma il video di Sala non mi piace e la voce di Ghali (che non avevo mai sentito) è bruttissima, è la voce di una periferia che non ha voglia di migliorare. E siccome nella seconda inquadratura il video mi fa vedere lo stesso scorcio di città che da due mesi guardo dal mio balcone, la mia prospettiva è migliore.

mercoledì 29 aprile 2020

I congiunti

Circa un mese fa, nei ricordi di fb mi è comparsa la discussione sul congresso della famiglia di Verona. Era passato un anno, ma sembrava un secolo. Avevamo fatto tanti discorsi sulla famiglia, che va oltre i legami tradizionali e che è fatta dalle persone con cui si sta bene. Su questo eravamo più o meno tutti d'accordo. A me poi era piaciuto molto il discorso di Giuseppe Cruciani, sui diversi tipi di famiglia. Mi era sembrato il discorso più libero dai pregiudizi e dai bigottusmi e l'avevo ascoltato più volte. Adesso, dopo poco più di un anno, siamo invece andati a sbattere nei congiunti, termine dal significato vago e indefinito, che può voler dire molto ma anche molto poco, perché forse non lo sentivamo dal secolo scorso, senza percepirne la mancanza. Il chiarimento che abbiamo ricevuto riguarda la stabilità, termine che conosciamo bene ma che ha i contorni altrettanto sfumati, almeno nel presente. E quindi, tutti i discorsi di un anno fa sulle varie forme di famiglia, si riducono a un malcapitato carabiniere/poliziotto/vigile che dovrà decidere, per strada, in pochi minuti, la stabilità di un congiunto.

martedì 28 aprile 2020

Quello che impariamo

Leggendo i giornali si trovano solo persone che hanno imparato che la loro vita di prima faceva schifo e meno male che è arrivato il coronavirus, così, quando si ripartirà, potranno cambiarla.
Fb invece mi ricorda i viaggi, vicini o lontani, che facevo gli altri anni in questi giorni. La mia vita era bellissima e voglio riprenderla identica.

venerdì 24 aprile 2020

Milano prima

Il giorno in cui compii cinquant’anni avevo un grosso pacco di dolci e andai al lavoro in macchina. Era da tanto tempo che non andavo in macchina nel traffico della mattina, ormai sono abituata a prendere la metropolitana a pochi metri dal portone di casa mia, e a riemergere dall'altra parte della città (che, per quanto è diversa, potrebbe anche essere l'altra parte del mondo), senza vedere le strade che ho percorso, senza avere un'idea di quello che si svolge sopra. Il traffico della metropolitana è fatto di borse che non si sa dove mettere, di telefoni, di porte che non si chiudono. Il traffico della strada è diverso. È’ un traffico più vecchio, quello disordinato e un po' imprevedibile di un semaforo che diventa rosso, di un pedone che attraversa all'improvviso, dove non ci sono le strisce. Oppure un altro pedone, che attraversa dove le strisce ci sono e sembra che ci sia solo lui, invece appena ti fermi, ne arrivano altri dieci e non finiscono più di attraversare. E poi quella mattina c'era il sole e in macchina non si sentiva neanche il vento, che una volta mi piaceva e adesso mi irrita.
Milano era bella, quella mattina. Erano belli i palazzi dei viali della circonvallazione interna, era bello il traffico veloce e disordinato, che è lo stesso da sempre, e veniva da chiedersi se davvero vogliamo eliminare tutto questo per fare spazio ai monopattini e alle biciclette, con il rischio di usarli anche per fare due metri. Il bello della città è di essere diversa dalla campagna, renderla uguale non ha senso. Poi qualcuno può anche preferire la campagna e resta libero di andarci. Io preferisco il mare, ma la mia vita è la città e quella mattina era bello ritrovarla uguale a come è sempre stata.
Milano è forse l'unica città italiana, e una delle poche europee, a non essere provinciale. Te ne rendi conto appena vai in un’altra città e allora mai come in quel momento, quando ti guardi attorno in un’altra città, ti rendi conto di quanto tu sia milanese, di quanto questo tuo essere milanese sia parte di te. Nelle altre città ci sono i riti del passeggio, della cura nel vestire, c'è una maggior coesione sociale. A Milano gli inverni sono lunghi, umidi, freddi; nella città della moda nessuno ha voglia di vestirsi bene, e allora indossiamo una giacca e i pantaloni neri, così non si vedono gli schizzi di pioggia, visto che quei pantaloni dovremo tenerceli addosso tutto il giorno. E, visto che dovremo tenerceli addosso tutto il giorno, quei pantaloni neri devono essere anche comodi. Gli unici che si vestono bene sono quelli che vengono da fuori e noi, quando li vediamo, agghindati e tremanti di freddo, ci chiediamo dove credano di andare. Dopo un po' però anche loro capiscono che non vale la pena e si abbandonano alla nostra sciatteria, pur continuando a non capirla.
Le estati, invece, quando sono vere estati, sono torride, si consumano nelle serate sui navigli e nelle giornate a cercare l’ombra per le strade assolate, in attesa di partire. Eppure quell’attesa di partire, negli ultimi giorni frenetici di lavoro, quel bisogno di incontrarsi, di vedersi, di salutarsi e di vivere tutto quello che offre la città rende le estati il momento più bello e forse più vero, quello in cui il passato e il presente sono più vicini e sembra che non si siano mai staccati.
A Milano non si passeggia, si cammina di fretta anche quando si avrebbe tempo. Nessuno ti guarda perché quasi mai qualcuno ti vede. E quando ti vede, il più delle volte, non gli interessa. Questo è quello che scoccia di più a quelli che vengono da un'altra città. E allora pensano che nessuno li guardi proprio perché vengono da fuori, perché hanno il golfino della marca sbagliata o il vestito di un colore fuori moda. Scambiano per snobismo quella che è soltanto mancanza di interesse. 
In molte città europee alla domenica i negozi sono chiusi anche in pieno centro e i ristoranti chiudono alle 14. A Milano questo è impensabile. I ristoranti sono una delle cose migliori, uno degli aspetti più belli, che rendono vivibile questa città nonostante tutto il resto. Ma pochi lo sanno, come pochi si rendono conto che l’offerta culturale è ampia, con mostre, spettacoli teatrali, eventi e presentazioni di libri.
Questa almeno è la Milano che ho conosciuto nei miei primi cinquant’anni di vita, la Milano di cui ho parlato nei miei racconti.
Pochi giorni dopo il mio compleanno è successo invece l’impensabile, quello che mai ci si sarebbe aspettati: Milano si è fermata, si è spenta. Si è fermato il lavoro, si sono chiusi i ristoranti, i cinema e i teatri. Le strade sono diventate vie spettrali, attraversate da qualche macchina appena, percorse da poche persone, con il viso coperto da una mascherina o da qualsiasi cosa potesse sostituire una mascherina, che stavano bene attente a non incrociarsi sui marciapiedi e, se proprio dovevano, a stare il più lontano possibile. Questa è una Milano che non conosco, che non voglio conoscere, che mi è estranea come ci sarebbe estraneo il volto sfigurato di qualcuno che amiamo. Guardare quel volto fa male e si può solo aspettare che guarisca.